Perché la vita è una serie regolare

"Michele! Emile Bravo presente! Mi offro volontario per andare al fronte, in prima linea, seduto fuori dai caffè a festeggiare la vita e a difendere la libertà fino alla morte del mio fegato! Un abbraccio forte a te e Caterina!!!"
“Michele! Emile Bravo presente! Mi offro volontario per andare al fronte, in prima linea, seduto fuori dai caffè a festeggiare la vita e a difendere la libertà fino alla morte del mio fegato! Un abbraccio forte a te e Caterina!!!”

Passo così tanto tempo a parlare dei libri e delle dinamiche editoriali, che a volte mi dimentico di parlare delle persone che, alla fine di ogni giorno, restituiscono senso al mio lavoro.
Lasciate che vi dica alcune cose su noi gente di fumetti.

  • Siamo incoscienti, lo si capisce dal lavoro che ci siamo scelti, che offre così poche sicurezze. Farci paura non è facilissimo.
  • Siamo quasi tutti resistenti ai fascismi, forse perché in qualche momento un editor di merda lo abbiamo avuto tutti.
  • Siamo abituati a girare il mondo, in fretta, con poco bagaglio, e a darci vaghi appuntamenti a fiere o festival. Ci mettiamo cinque minuti a sapere se stiamo tutti bene. E intendo proprio tutti.
  • Siamo stati feriti più volte, irragionevolmente, e la sola reazione, la sola violenza di cui siamo mai stati capaci, è stata in punta di matita.
  • Siamo solidali. Quando ci telefoni per sapere come chiedere al nostro fratello, cui hanno ammazzato stupidamente una dozzina di colleghi e amici, come si sente dopo una strage, non la prendiamo bene.
  • Siamo empatici. Forse perché passiamo anni chini sulle nostre scrivanie a realizzare libri che devono arrivare a cuori che non conosceremo mai. La voglia di reagire ci viene anche se non sentiamo minacciati i nostri affetti più prossimi.
  • Ciascuno di noi parla per se stesso, ma la nostra voce è universale, e grida amore.

    (Siamo anche un manipolo di inguaribili primedonne, e dalle feste ce ne andiamo solo quando vogliamo noi.)

Visto che anche io parlo solo per me, questa volta il mio messaggio, se vorranno, a farlo girare saranno i miei amici, i miei colleghi, la mia più vera famiglia.

Sette gennaio – Due settembre

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In questa foto quasi non lo riconosci, perché finalmente sorride. Alain, il suo editore, si presta alla posa, ma è più contento del parfait alla verbena con le pesche arrosto che stiamo per mangiare. Alle sue spalle ci sono i cinque uomini della scorta. Uno di loro ha una specie di grande cartella da disegno di tela, che tiene appoggiata al muro. Dentro c’è il mitra.
Luz ha appena finito di dire che il film sulla sua storia lo deve interpretare James Franco perché sono entrambi appassionati di porno. Pare impossibile essere così distesi, così rilassati e sereni, nel tempo dilatato e prezioso della bolla di sicurezza in cui è costretto a vivere. Lui e io diamo le spalle alla porta, ma ho già deciso prima, per la strada, che non voglio avere paura.
Ciascuna delle quattro interviste l’ha commosso e ferito in un modo diverso, ho creduto in più momenti che avrebbe pianto, e quando abbiamo finito il sollievo è stato palpabile, e la tensione si è dissipata in fretta. Al mio arrivo, al mattino, mi ha abbracciato a lungo, anche se era la prima volta che mi vedeva. Ci ho messo un po’ a capire quanto significhi per lui che il suo libro si legga anche oltre confine. Poi ci sono state le domande dei giornalisti, mai cattive, ma che lo hanno riportato in luoghi dolorosi. Infine le risate, cameratesche e sguaiate, a pranzo, sotto l’occhio vigile dei poliziotti al tavolo accanto. È stato come vivere i tre atti di un film al contrario, e quando ci siamo accomiatati ho sentito il bisogno di un finale, così l’ho abbracciato io, dicendogli che ero certo che ci saremmo rivisti. Lui – un uomo che assapora ogni risveglio e ogni attimo con un’avidità innocente e stupita, che ha, parole sue, cercato di spurgare il nero che aveva nell’anima per farne inchiostro e racconto, e si è reso conto che c’era da raccontare anche colore, anche gioia, e ha trovato la forza di parlare d’amore per raccontare la morte – mi ha creduto.

Ventiquattro ore a Parigi. Missione compiuta.

Bitchslapped

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Ti fai sei giorni in giro per l’Italia ad accompagnare Scott McCloud nel suo tour promozionale ed è domenica mattina e ti senti abbastanza invincibile, per il solo fatto di aver compiuto la missione senza cedimenti, e sei in ufficio con il terzo caffè e stai cercando il tuo IBAN per fare una fattura e inciampi nella mail con cui ti veniva spiegato cosa dovevi fare per avere cura del gatto che neanche tre mesi fa ti è scivolato tra le dita e se n’è andato. E stavi ascoltando una canzone, ma improvvisamente le parole sono piene di rabbia e prendi a botte i braccioli della poltrona e non conti un cazzo nell’economia dell’universo perché non sei riuscito a proteggere quella sola vita, e vomiti queste parole senza struttura, atti scemi in luogo pudico, perché hai gli occhi pieni di lacrime e ricordartelo è la sola cosa degna da fare, ormai. E ti viene in mente la fine di una poesia dolorosissima di Carver: “Ma la morte è solo per i più dolci. E lui ricorda la dolcezza, quando la vita era dolce, e dolcemente gli era stata assegnata quell’altra vita.”
[Mi manchi, Brivi.]

Nessuno ti avverte prima

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Quando cominci, devi gestire il problema del fallimento. Devi avere pelo sullo stomaco, capire che non tutti i progetti andranno a buon fine. La vita del libero professionista, la vita delle arti, a volte è come mettere messaggi in bottiglia, su un’isola deserta, sperando che qualcuno trovi una delle tue bottiglie, la apra e la legga, per poi mettere qualcosa nella bottiglia e farla tornare fino a te: complimenti, un incarico, o soldi, o amore. E devi accettare che forse manderai cento cose perché anche una sola torni a te.
I problemi del fallimento sono quelli della delusione, della disperazione, della fame. Vuoi che ti succeda tutto e che succeda subito, e le cose non vanno per il verso giusto.
Il mio primo lavoro, un testo giornalistico che avevo scritto solo per soldi – e che mi era già valso una macchina per scrivere elettrica grazie all’anticipo – Doveva diventare un best seller. Mi doveva portare un sacco di quattrini. Se l’editore non fosse finito inavvertitamente in liquidazione tra l’esaurimento della prima tiratura e la ristampa, e prima che mi venissero pagati i diritti d’autore, sarebbe stato così.
Feci spallucce, perché avevo ancora la macchina per scrivere elettrica e abbastanza soldi per un paio di mesi di affitto, così mi ripromisi di non scrivere più libri solo per i soldi. Se non avessi avuto quelli, non avrei avuto niente. Se avessi scritto cose di cui ero fiero, ma non avessi ricevuto i soldi, almeno avrei avuto il mio lavoro.
Di tanto in tanto mi dimentico quella regola, e ogni volta che lo faccio l’universo mi dà un calcio ben assestato e me la ricorda. Non so se succeda anche agli altri o solo a me, ma giuro che nulla di ciò che ho fatto solo per i soldi è mai valso la pena, se non per impartirmi un’amara lezione. Di solito non ottengo neanche i soldi, in quei casi. Le cose che ho fatto perché mi emozionavano, perché volevo renderle reali non mi hanno mai deluso, e non mi sono mai pentito del tempo che ho dedicato loro.
I problemi del fallimento sono duri.

I problemi del successo però lo sono di più, soprattutto perché nessuno ti prepara ad affrontarli.
Il primo problema di qualunque piccolo successo è l’incrollabile convinzione che la stai facendo franca e che da un momento all’altro ti scopriranno. È la Sindrome dell’Impostore, qualcosa che mia moglie Amanda chiama la Polizia delle Frodi.
Nel mio caso, credevo che avrebbero bussato alla porta e che un uomo con una cartellina (non so perché avesse una cartellina, ma nelle mie paranoie ce l’aveva) mi avrebbe detto che era tutto finito, che mi avevano scoperto, che avrei dovuto trovarmi un lavoro vero, uno che non comportava inventarmi cose e scriverle, e leggere libri che avevo voglia di leggere. Così io mi arrendevo, e mi cercavo un lavoro in cui non dovessi più inventarmi le cose.
I problemi del successo.
Sono reali, e se avrete fortuna li avrete.
Il punto al quale smetti di dire sì a tutto, perché le bottiglie che hai lanciato nel mare stanno tornando e devi imparare a dire no.

(Neil Gaiman, da The Make Good Art Speech)

Four in hand

Mio nonno era un uomo profondamente affascinante. Lo intuivo, anche se io ne conoscevo la versione anziana, bolsa e che si rifiutava di uscire di casa. Se n’è andato il 31 luglio del 1990, dicendo le parole giuste venti minuti troppo presto: chiese di me, e io non ero ancora arrivato in ospedale.

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Stasera ho tolto dall’armadio le cravatte immettibili. Ammetto che alcune tra le più brutte me le sono comprate da solo, ma le altre erano di nonno Raoul, le ho prese qualche anno dopo che se n’era andato, credo, e sono sopravvissute a innumerevoli traslochi e cernite purificatrici. Le ho tolte, ripiegate, arrotolate in una scatola perché non le metterei più, perché non mi assomigliano, perché non mi rappresentano. Ma le terrò a portata di mano, per ricordare il tempo in cui sentivo di avere bisogno delle cose dei grandi per avere autorevolezza, uno scopo, per farla franca nel mondo degli adulti.
Ora invece non mi importa cosa pensano gli altri di me, ho uno scopo, so che nessuno la fa franca, soprattutto se è armato soltanto di buone intenzioni.
Ora di cravatte voglio poter usare soltanto le mie, perché sono stanco di cercare scuse.

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Feng shui

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L’omino che ogni domenica porta gli asciugamani puliti nei bagni della Casa editrice, prende quelli sporchi e li aggiunge al suo bucato di fine settimana e controlla che ci siano rotoli di carta igienica a portata di mano in ogni gabinetto sta officiando un rito propiziatorio, nella speranza che l’indomani la settimana cominci con il sole, di buon passo, ma senza correre, che alzando lo sguardo verso lo specchio ci sia sempre un sorriso a ricordargli che sì, andrà tutto bene. Orienta tutti gli elementi verso la serenità e spera per il meglio.

吾輩は猫である

IMG_9330Quando ho scattato questa foto, Brivido era sulle mie ginocchia e lo stavo imboccando con un cucchiaino, mentre Ninja leccava via qualunque residuo di pappa prima ancora che cadesse sull’asciugamano. Era una scena dolce e surreale, quasi materna, in qualche modo incongrua per la mia casa dominata da tre felini.
La sera sono rientrato da una presentazione in libreria a Como e Brivido mi dava le spalle, seduto come un leone di Venezia, di fronte alle ciotole. Aveva il corpo rilassato e gli occhi aperti, sereni. Non c’era più.
Il mio mondo si è incrinato, è inciampato, ha traballato da un lato e qualcosa è caduto fuori bordo. Qualcosa che faceva parte di me e non tornerà più.
Brivido era arrivato in casa mia il 6 novembre del 2012. Era stato salvato da Mondogatto, un rifugio di Milano, quando aveva due mesi. Era incapace di usare le zampe posteriori e andava aiutato a mangiare, a bere e a tornare in cuccia quando saltava fuori per fare i suoi bisogni sul pavimento. Era incredibilmente dolce, paziente e pieno di dignità. Non ha mai spiccato un salto in vita sua, non è mai salito su un mobile, non ha mai inseguito una palla o un gomitolo. D’inverno dormiva sotto al piumone, accanto a me. Tornavo a casa dopo pranzo e alla chiusura dell’ufficio ogni giorno, per farlo bere, girarlo, assicurarmi che stesse bene. Per due anni ho corretto le bozze dei libri che pubblichiamo chino sul banco di cucina, un’abitudine che faticherò a perdere, per tenerlo d’occhio mentre lavoravo.
Mi annusava tanto, e mi leccava la mano, una cosa che i gatti non fanno spesso. Analizzava attentamente le tracce che il mondo lasciava su di me, e mi guardava per assicurarsi che fossi davvero tornato per restare. Tra tutte le persone che ogni giorno si aspettano qualcosa da me, lui mi era grato semplicemente per il fatto di essere tornato a casa.
So che è assurdo, ma ogni tanto sento il bisogno di dirgli come è andata la mia giornata. In fondo è assurdo pensare che i gatti capiscano quello che diciamo, quindi la speranza che lui mi senta anche ora che non c’è più forse non è poi tanto più peregrina. Io non credo in nessuna forma di aldilà, ma sarebbe bello se ora le zampe non gli servissero più, per saltare.
Di prima mattina, quando mi pare di metterci troppo poco tempo per dare da mangiare a Brody e Spock, e la sera, quando vorrei solo prenderlo in braccio e fargli fare il giro della casa con me, gli parlo. Ma solo quando gli altri due non mi sentono. Non vorrei che mi credessero matto.